Il calcio e la fine del suo incanto

C’era un tempo in cui le partite della Serie A, e non solo quelle, venivano rigorosamente giocate la domenica pomeriggio alle 15 o con leggere variazione legate al periodo dell’anno. C’era un tempo in cui non venivano neanche trasmesse in tv se non in qualche raro caso e, anche in quelle occasioni, venivano oscurate nella zona in cui si giocava l’incontro per incoraggiare la gente ad andare allo stadio. Il calcio si seguiva ascoltando la radio o allo stadio appunto, una volta alla settimana, mentre gli altri giorni erano di accesa attesa. Poche volte all’anno, c’era poi il momento speciale delle coppe, principalmente il mercoledì. Le partite di coppa erano trasmesse in tv, in chiaro (non esisteva la pay tv). Erano un bene comune.


Poi entrarono in campo aspetti estranei al gioco stesso, come gli interessi legati alla vendita dei diritti televisivi, conseguenza diretta della nascita delle pay tv e della spettacolarizzazione dell’evento, ormai non più visto come intrattenimento dato dalla sola prestazione sportiva, ma come prodotto mediatico regolato da logiche di mercato. Da qui si introdusse, negli anni, un posticipo alla domenica sera, poi un anticipo al sabato, poi un posticipo il lunedì e così via. Tra Serie A e coppe abbiamo una partita praticamente ogni giorno. Tutto a favore delle televisioni e a sfavore della qualità delle partite (le squadre hanno due o tre giorni al massimo per preparare la partita successiva).


Il risultato è un calcio onnipresente, ma paradossalmente meno vissuto: non più un rito settimanale, ma un sottofondo costante, che ha finito per logorare l’attesa e, con essa, una parte del suo senso.